Arthur C. Clarke, 2001 Odissea nello spazio (1968)

Il film non viene dal romanzo, il romanzo non viene direttamente dal film. La fama del capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick ha chiaramente mangiato quella dell’opera letteraria, ma va ricordato prima di tutto che regista e scrittore lavorarono fianco a fianco alla sceneggiatura; il romanzo fu pubblicato qualche mese dopo l’uscita del film. La vicenda si apre, sullo schermo e sulla pagina, con lo stesso monolite che ipnotizza lo sguardo degli uomini-scimmia del Pleistocene. È la misteriosa “macchina aliena” che mette in moto l’evoluzione della specie anche sul fronte tecnologico: i sassi diventano utensili, la comparsa dell’Homo sapiens è all’orizzonte. «Le armi e gli utensili che secondo il programma dovevano impiegare erano abbastanza semplici, e ciononostante avrebbero potuto cambiare il mondo e fare degli uomini-scimmia i suoi padroni».
La vicenda si sposta alla fine del ventesimo secolo. Uno scienziato che è già stato una volta su Marte e tre volte sulla Luna, «e più volte di quante riuscisse a ricordare sulle diverse basi spaziali», intende sfidare – e svelare – il mistero del monolite. Nel 2001 una missione spaziale con destinazione Giove, guidata da una intelligenza artificiale chiamata HAL 9000, si complica drammaticamente. A bordo, l’astronauta David Bowman stenta «a credere di aver mai conosciuto un’esistenza diversa da quella del chiuso, piccolo mondo della Discovery». È la parte più ampia e più affascinante del romanzo: il “calcolatore algoritmico euristicamente programmato” HAL 9000 è forse il vero protagonista, e a distanza di oltre mezzo secolo dal libro e dal film sorprende la previsione di intelligenze artificiali «capaci almeno come quella dell’uomo» e meno grandi di una scrivania. Clarke e Kubrick spingono l’immaginazione verso l’ipotesi di cervelli artificiali creati «con un processo sorprendentemente analogo allo sviluppo di un cervello umano» e verso il loro delicato addestramento.
Quelli che chiamiamo autori di fantascienza – H.G. Wells e Philip Dick, Ursula Le Guin e Isaac Asimov, Arthur Clarke e Ray Bradbury – non si sono limitati a ipotizzare un futuro: l’hanno inventato. Così, a un certo punto, li abbiamo raggiunti. Ma il miracolo è sempre lo stesso: immaginazione. Se sei capace di immaginare qualcosa, è probabile che accada. Che si possa farla accadere. Spaventoso? Straordinario, anzitutto.
La matrice di una intelligenza artificiale – l’occhio di HAL 9000, il super-computer, le macchine di Matrix – sono prodotti dell’immaginazione. Come Atena dalla testa del padre Zeus, viene alla luce solo ciò che può stare nella mente.
In un film bellissimo, Her di Spike Jonze, il protagonista si innamora della voce femminile di un sistema operativo. E non solo della voce, ma della sua – è il caso di dirlo – intelligenza. Il cui sviluppo e capacità di autonomia sono – già in Clarke e Kubrick – di sicuro spiazzanti. Imprevedibili? Certo. Il solo fatto di pensare, ovvero immaginare, una intelligenza altra capace di metterci in discussione, di porsi domande che abbiamo dimenticato o non sappiamo più farci, ed eventualmente perfino di allontanarsi da noi, è un’occasione che sarebbe sciocco limitarsi a temere.


image about autor

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo (1983) ha pubblicato fra l’altro i romanzi Dove eravate tutti (Feltrinelli, Premio Mondello) e Mandami tanta vita (Feltrinelli, finalista Premio Strega). È autore di saggi, testi teatrali, libri per bambini. L’ultimo lavoro è Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie (Laterza). È tradotto in diverse lingue europee. Collabora con “la Repubblica” e “L’Espresso”.